Immagini e testi copyright by Ezio Martelletto, 1999-2026.
Le vicende e le emozioni qui espresse riflettono l'esperienza personale e la visione soggettiva dell'autore. Sebbene ispirati a eventi e persone reali, i testi sono stati rielaborati per fini artistici e letterari. Nomi e dettagli sono stati alterati per proteggere la riservatezza di terzi.
ANNI IN MINUTI
Il destino è tornare dove si è nati.
Lo sanno tutti i fiori, i templi, i soli
che sono come noi ancora da alzare
non profetati, e già polvere.
Giuseppe Conte
EDUARDO
Nient'altro riconosco in te
se non la tua arroganza,
dipintore
florilegio
petroglifo
graffito di pezzi di parole
nero su chiaro
Volli aspirare al tuo esordio di chiarezze,
ma con le braccia a croce in fronte al viso
messomi a tacere
fui come uno stelo avvilito
in un torrido silenzio: il mio pensiero
torna appena a quell’estate d’oro,
alla sorgente
che fu da pietra grezza resa fonte
e al mio rimpianto, che fu come fecondato
di franchezza.
Più fievole trovai di me il contorno liso
e il caro pedaggio
che tu facesti a me senza guadagno,
a estinguere obbligato:
nulla fu più grande o meno
che ritornare consumato e, per questo,
impallidito o spento
a svernare l’ultima stagione di grandezza.
Da mille suture incerte al quotidiano
come un dio cacciato dall’Olimpo
al futuro vidi strade,
Adamo redivivo di rimpianti
eppure me stesso
di un tempo,
mai più episodiche morali mi avrebbero protetto
da quella fetta di coscienza
e il mondo
del cui spessore anche il ricordo avevo fuso
con gioie immacolate
che son ben altro.

Come brevi aculei
rostri dorati fanno ruote attorno al cielo
intonandone la corsa scellerata
ed il mimetico smarrirsi nel buio scarno,
vestiti sbrindellati ad una festa
dietro paraventi a roselline.
Come corvi tra croci non violate
dall’ombra, sotto lenzuola di ghiaia
stiamo sepolti: cani che braccano prede invisibili
ma nemmeno questo siamo, se non altro
per l’improba giustizia dei deserti.
La mia scorza gentile
a mio uso e smodato consumo, e triste
il viaggiare su treni di albe sorgive foschie,
per evitare incontri, per evitare volti scuri.
Fossi come sono, così mi affaccio
sulla via del mito e dell’ascesa, virato all'improvviso
tra il mezzo e la metà:
futuro di croci timorate, senza un vento
con qui accanirsi.
Il mio incantevole passato
è un braccio morto, dal fusto svilito, abdico,
fatto a brani da un sole svuotato /
ma tutto il cielo mi diventa più ordinato
del mio cuore. Ma tutto il cielo
sbriciolatosi in grappoli di stelle
mi sta dentro, poco a poco,
e me ne sento inghiottito
come da uno spazio mai veduto;
eppure, simile
ad un frusciare bianco
di pace
ad una città di sogno nell’aurora di una veglia,
simile ad un vecchio amico
che non è cambiato dal mio ricordo nel tempo
o forse che quell’ immagine mi abbia seguito
in silenzio,
ripitturandomi
come un’ ombra di Luna.

EPOS 3
Mi riconosco in un torpore gonfio di presagi
al verso trionfo urlando vendetta /
crocifissi alati di prigionia
mettono sguardi dentro bottiglie d’incenso,
per parte il tutto traviso
scontornandovi insieme
um pezzo di realtà.
Fragile agli occhi, il salto
diviene partecipazione risottratta ancòra
e il divenire scema nei miei colori
come un paesaggio adolescente
risospinto in grembo
ininterrottamente, senza scampo
e senza voce.
Inseguimenti nel vento, stilizzando i giorni
in grani di chiaroscuro
- alterazioni prestabilite
di una mezza isteria notturna
claudicante e vaga -
mi accingo in un boato
a lambire un esordio, una lirica, una litania,
una frazione di autocommissione lesiva.
La cristallinità della mia isteresi
di quando in quando
paga sgualciti crediti alle mie sconnessioni
così che il cerchio divenga prima ellissi
e poi spirale,
e cosi sia il viaggio.
Il saper d’essere c’invaghisce di cose
ma è soltanto la loro illusione residua
un non esser di piuma - il miraggio di vanità;
verità nel mai vederla: sia la mèta
e il timore.
A rifare il verso agli angeli
si finisce
per credere nel Paradiso.

Perché il telefono, che tace immobile ?
Perché la paura ?
Perché gli insulti alle stelle ?
Perché un affetto riempie ogni vuoto ?
Perché il tempo raggela ?
Perché le stagioni son come case ?
Perché la gente che s' incontra poi si lascia ?
Perché abbiamo ricordi, invece di prove ?
Perché si perdono le cose ?
Perché la vita non rallenta mai
per darti tempo
per darti voglia di viverla ?

Alla fine verremo dimenticati
come fiori appassiti,
alla fine altri respireranno
le nostre volute di cenere
le nostre urine rattrappite
le nostre ossa liberate nell’aria
come polveri
da masticarsi
piano.
Se questa solo fosse l’angoscia
che ci guida o svia
di essere brezze nel cosmo
ed averne il massimo dolore
che possiamo
immaginare,
ci aggrapperemmo come a genitori
di feti mai sopravvissuti
rialzati da un’alba sempre vuota
chiamandoci insetti
delle nuove stagioni
che potremmo allora inventare.
Ora ammiriamo appena quanto ci sia
quanto
nella verità (viltà) di essere vivi
da nulla e tutto
come da chi ci ha partoriti,
richiesta d’ immenso
fiore spettinato
dai colori di un'ombra atomica
che può infuocare la stessa pianta che non dà frutto
e l’amore, uno soltanto, chiuderebbe
inesitato
deferente,
porte
serrande
vite.
Crederemmo mai abbastanza
alla nostra impotenza
per crescere infine
bambini del duemila,
affinché ogni corolla
contenga l’essenza delle cose
inudita
ed ogni uomo muoia sì attonito,
ma con un canto nella gola.

Lettere dalla foschia di un agguato
come speranze fosche di rinascita,
notti di nebbia sopra i tetti
senza sonno
un fiume di luce è il mio pensiero
in mezzo alle tenebre del volto,
mutazioni — serpenti
si perdono in quel vento d’avventura
sempre lei: più lontana, più accanto
come un male, un male sordo, quasi un urlo
come una nuvola che stagna pallida negli occhi:
ogni sorriso tra speranza e labbra
si fa crepa
oggi giorno di festa come pochi
prenderò i miei libri in una tasca e via
verso il luccicare di autostrade
per guadi silenziosi di cieli
e Soli accelerati dai motori.
Andare - allontanarsi
dentro una valigia rimorsi atroci
di campi infetti e abbandonati,
au revoir comete esauste, lampi d’incertezze
addio canzoni
ritratto il coraggio / l’elogio spazza la via /
un cane basso mi sta accanto,
mi guarda cieco, pieno d’affetto.
Il cielo imbavagliato è una notizia sul giornale;
anche stavolta, lo specchio mi racconta piano
la nuova sabbia che ho sul mento.

- a -
Su questa strada mi sono chinato
nell’ultimo istante mi sono chiesto
qual’era il modo - se c’era tempo:
un bambino sfiorò la mia fretta
come un gabbiano
a piazza San Marco
- b-
Il cielo vago tormenta la terra,
la parola ci salverà
come una polvere da raccogliere
in una teca di cemento
per quelli che vorranno ancòra,
da guardare ed imparare:
la vita non ha mai tempo da donare
- c -
Mi espongo immane a questo rischio breve
caduco e vile
quel portone scostato dal vento
come un cristo impiccato /
sui tralicci di un viale Gozzano;
aridità, arsura, monocroma solitudine:
che abbietto onore mi hai reso
facendomene un’ ombra vaga e profuga e triste
come la sera che anticipa il vespro
come quel treno sperduto
tra nebbie
del mio disamore autunnale
di un mio non esistere / se non che figura
spettrale, dai contorni fugaci,
e fragile è il percorrerti,
lucido
satellite da combattimento
desolato e vuoto /
il mio falso forgiarmi
nel decantare della pioggia
attraverso le mille cupole nere,
gli ombrelli - i cappucci
affogati nel pianto
oh disamore, oh disamore in gocce di nebbia
nel pianto
di un'effemme notturna
- d-
La mia famiglia d’incerte assonanze
guarda la rugiada, fuori, posarsi in silenzio, ed ascolta
il cuore palpitare
in nugoli di stanchezza,
per un istante mi lascio morire
come la pietra
di un ipogeo senza suoni -
- io su questa strada mi sono chinato
a cercare foglie
di alberi caduti.

ho fatto un sogno
con tutto l'universo dentro
- ordine - disordine -
se quindi la vita
stesse fuori dal mezzo
di ogni dove (così
loro c’ insegnarono)
pure, del resto, io seppi
come ogni scelta sia violenza
dalla mia bocca
lunga parola
traducendomi in breve da una parte:
la vita è un frattale di pensiero,
ci sono gesti da imparare
che nessuno mai m’ insegnerà
è questo forse il dubbio
che cerca invano un volto:
tutto il resto
diventa silenzio.