Immagini e testi copyright by Ezio Martelletto, 1999-2026.
Le vicende e le emozioni qui espresse riflettono l'esperienza personale e la visione soggettiva dell'autore. Sebbene ispirati a eventi e persone reali, i testi sono stati rielaborati per fini artistici e letterari. Nomi e dettagli sono stati alterati per proteggere la riservatezza di terzi.
IL FEUDO CHIUSO
Poiché ogni traiettoria percorsa
è sempre retta
pure ogni percorso curvilineo
non ha svolte
Quella mattina non serbava dubbi
di sincerità,
gli scalpelli, dentro le vie,
picchiavano ostinati e sordi
e i muri parevano campane.

Un grido ci lambisce
personaggi d’ogni giorno,
un vento s’alza, te ne andasti.
Mi sono svegliato ancestrale, fugace,
le mani
scottate dal calore dello stesso mio corpo,
angelo-del-tempo-che-migra:
potresti ripitturarti con superbia nuova
ma non devi
non dovresti
che tu mon debba:
il sole dietro i dossi
illanguidito come appena prima dell’aurora,
le feluche incartocciate sulle pozze
questo il gioco e l’azzardo
di un angelo "tempo-che-rimane"
questo il cauto ottimismo
del dolce spegnersi
di autunni diversi.

LE PAROLE DEL PARTO
Ho bisogno di calore, per ripetere quello che mi è accaduto. E di coraggio. Da molto non ho che ricordi, mesi forse, non saprei... Eppure, temo la paura; ora io sento di stare meglio; il mio processo è terminato, la mia condanna emessa, ed anche la mia pena è stata dichiarata,
Trascorsi una notte di sogni veloci, tragicamente reali, di scherzi feroci, di vite ripudiate: la mia vita, depredata di ogni motivo, come di ogni speranza, la presenza inquietante di una parte vitale di me stesso nel sogno, quella stessa che lo trascinava fino al giorno, plasmandolo da reale a vivo, da inquietante a palpabile, da dimenticabile a ragione di morte.
Trascorsi un giorno di astinenza da voci umane. Forse una notte.
Ricordo ancora il vento, che attraversava la casa con vana frenesia, penetrandola di finestra in finestra, di fessura in fessura, come l’alito di uno spirito, un lungo, solitario lamento, ma, sopra questo, mai dimenticherò l’ indigenza cui mi prostrai, la dissolutezza e il vizio, la lussuria, il piacere, e l’angoscia per questi stessi eccessi.
La notte, Qualcuno divise il mio letto.
Soffrii fino a sera: mi torturò il rimorso di avere ceduto a me stesso lo stesso mio corpo, l’aver ascoltato quel racconto: e fu questo da imputarsi anche a certo Nagisa Oshima, ed altrettanto sicuramente a qualche suo irrisolto conflitto, di cui si possa noi aver memoria o una qualche traccia infinitesima. Comunque, fui io a contaminarmi in tale rievoca, mia la decisione di parteciparvi, già provato dalla notte trascorsa, io che non potevo sapere in anticipo di un’altra ben più orrenda, che stava per straziarmi per ciò che avevo commesso. Ora so quanto questo mi sconvolse, Oshima; mi desti la provocazione a peccare, no, di più: il peccato stesso: confezionato, pronto ad essere consumato: quale macabra tristezza provo nel pensare a questo, tanto che vorrei distruggere la nostra follia nella maniera più umiliante, più totale, così che nessuno possa esserne contagiato una volta ancora, così che sia totalmente impossibile risalire a quella nefasta invitazione, o anche solo a parte di essa.
Trascorsi un giorno di spavento adolescente. Una sera di vaga apprensione. In un corteo nuziale, ebbi visioni di fecondità ed apocalisse insieme; appresi inerme delle mie lontane amiche ormai congiunte e del loro apprestarsi a dimenticarmi; udii lontano il sibilo del cielo strappato dalla caduta, e, dopo poco, la luce splendida dell’atomica e poi più
nulla e nulla, così da rimanere da quell’istante in questo dubbio di non poter sapere se sono morto, oppure ancòra vivo, in qualche tempo, e sto solamente sognando un sogno dentro un altro.
La notte venne dopo la sera, degnamente. Cercai, senza riuscirvi, di stroncare sul nascere tensioni che in me si contendevano l’esito del sonno; l’opprimente sensazione di una fuga, un precipizio, di eventi infiniti in caduta inesorabile, di velocità e costrizioni insieme, di dubbi atroci - atroci verità. Spossato e desideroso di riposo, mi lasciai scivolare a peso morto nell’oblio.
Il ricordo di una sola notte riempì di sgomento tutto il tempo che seguì.
Dapprima fui intento nella costruzione di un’opera magica, stregata, ma non malvagia, e sapevo chi ero e che facevo. Su di un marciapiede notturno andavo come cercando la bottega della morte, coi miei colori su di una tavolozza intarsiata di arcani progetti.
Ma, passo dopo passo, mi avvicinai, e persi a lungo la mia identità, insieme alla coscienza di una qualsivoglia dimensione.
Intravidi una luce bianca, arida, uscire dall’unica porta socchiusa sulla strada. Sempre più avrei potuto vedere, quale orrore, il volto secco e cavo della mia sorte. Ma il coraggio venne meno e, col terrore onirico di essere raggiunto, fui inondato da quella luce, ed in essa vidi agitarsi le forme della macellazione e dell’ inferno. In un istante eterno mi raggiunsero le canzoni ubriache degli assassini, dei suicidi, dei torturatori e dei torturati, dei boia e dei condannati anzitempo, degli innocenti presi nelle maglie della storia. Eppure, a me fu concesso di passare oltre, guardando senza vedere, sentendo senza ascoltare, forse solamente per mantenere intatta la mia facoltà di soffrire.
Corsi. Urlai. Chiesi aiuto. Urlai aiuto. Inutilmente imprecai.
La Bestia scivolò nella notte, verso il mio corpo e verso di me. Non aveva parola, né odore, volontà, né tanto meno un volto, dilaniata com'era dalle oscillazioni cadenzate che le erano impresse; il Suo colore era il grigio, il Suo corpo era l’Infinito senza confini, il Suo passato la tragica incarnazione degli orrori di un’uomo. Nella notte ebbi uno spasmo terribile, ma non potei svegliarmi, tuttavia non dormivo: la Bestia era con me, si dimenava, grugniva, sentivo il mio corpo come ghiacciato, rigido, pietrificato.
Il treno correva solitario e vuoto, senza fermate.
La Bestia mi predisse l'imminente fine. "Domani", pensai, mentre coprivo gli occhi per il terrore. "Adesso, tra poco, Ci siamo, ci siamo quasi": piantai le nocche sudate dentro le orbite per non vedere, per dimenticare di poter sentire, ma tutto fu inutile: un orrore cieco mi prese! stringevo i miei occhi, eppure vedevo? vidi i miei globi oculari fuori dal cranio, innanzi a me in un mare di sangue, fissarmi senza palpebre, come due reperti chirurgici senza vita. Immobile, aspettai secoli senza respirare, per vedere cosa sarebbe uscito dal mio ventre.
Affondavo le unghie dentro i bulbi inesistenti, dentro le orbite, dentro la testa: percorsi un tunnel, come una canna di fucile. Sull’orlo, vidi fuoriuscire infine dall’orifizio un liquido nero, oleoso e denso, l’inchiostro impastato del contagio. Mi accorsi allora di avere creduto per lungo tempo a questo. Ogni uomo ha qualcosa da espiare, "cosi sono io", riflettei. L’oblio nero, il Suo sangue.
Ormai avevo vissuto tutto, conosciuto tutto, percorso tutto.
Eppure ancòra qualcosa mi tormentava.
Una voce prese forza nel buio non più rassicurante e consueto della mia stanza. Ero lucido, eppure udii con chiarezza soffocante la sentenza di quel tribunale... il mio nome, il mio passato, i miei ricordi, tutto coincideva. Eppure la porta
ondeggiò nel buio. Vidi una sorta di cronometro falciare il tempo che mi aveva separato dall’esecuzione. Mi inginocchiai
sul letto devastato e piansi. La porta cedette, era tempo che io mi congiungessi. Fu il silenzio. Cercai luce, un frammento
di pace, chiusi gli occhi sperando. Fu allora che vidi la Sua mano raggiungermi e prendermi tra le Sue ossa ricoperte di
fuoco. Vomitai fuori un urlo disumano, che mi spezzò i polmoni dentro il petto: "Oshima! Oshima! Oshima!"
Di quello che accadde in seguito, nulla ricordo; e in questo vuoto sta la mia ultima speranza di sopravvivere.
Poiché in quel silenzio ebbi a recitare parole di conforto e, forse, di saggezza. Poiché infine questo racconto non vuole verità, la ricerca della risposta porta ogni uomo incontro a quella pace, di cui scopre non esser altro che l’unica pausa.
Ho bisogno di calore, per ripetere quello che mi è accaduto. E di coraggio. Da molto non ho che ricordi, mesi forse, non saprei... Eppure, temo la paura; ora io sento di stare meglio; il mio processo è terminato, la mia condanna emessa, ed anche la mia pena è stata dichiarata.
Da quella stessa stanza mi affaccio ora sulla strada fresca: una luce azzurra soffice ricopre tetti e piazze, non c’è dubbio, è giorno ormai fatto.
Qui comincia la mia storia.

Un delirio ti trascini, scavezzandoti,
novella Ofelia
come um mare che ti avvolga
d’acqua putrida,
sabbia mobile di cui vantarsi
questo delirio - doccia tiepida
sul mio corpo
goccia di whisky
sulle mie tempie
mi sveglio e vedo, tu mi vuoi sfuggire
Eva novella
illusione elettrica
dalla coda fumosa.
Tu che rastrelli rosso il colore dei miei solstizi
pettinandomi
come un campo di grano
tutto intrecciato di spighe morte
e di altre morenti
mentre di altre, a noi, arriva soltanto orrendo
un grido:
quel delirio si è vestito a festa
per andare a messa,
è diventato
questo evanescente
silenzioso
morire
sparsi a brandelli.

come un puzzle
d’intarsio perfetto, risolto, compiuto
ma Rovesciato
guardavo queste mie famiglie
innamorarsi
ed uccidersi
nell’ingrato tentativo
di volersi amare

questo cuore che ci ha resi
(per trattare da pari), simili,
per segnare con nuove dispense
ambigui fili
che ci recitano dentro
- ed i colori assunti dalle tempeste;
bruciai la mano
il piede l’occhio, che non ti videro
(morivi
sotto il pallone
della giostra)
incappucciato di nailon, soffocavi con me
le nostre metafisiche oblazioni
dirupi di cielo che mai si aprirono
- ti amai con sudori invisibili -
ed ora, ormai,
non temo più il rimprovero
della falsa gente
perché neppure un abbraccio
tra vecchi o nuovi amici
potrà sacrificarci.
La scelta dubbia
sta nel contare i passi da compiere
in fondo al viale,
ci lasceremo allora
ai piedi della quercia più longeva
e il tempo ci confesserà, dissetandoci
sapendoci dividere
senza dolore
Immagini e testi copyright by Ezio Martelletto, 1999-2024
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