Immagini e testi copyright by Ezio Martelletto, 1999-2026.
Le vicende e le emozioni qui espresse riflettono l'esperienza personale e la visione soggettiva dell'autore. Sebbene ispirati a eventi e persone reali, i testi sono stati rielaborati per fini artistici e letterari. Nomi e dettagli sono stati alterati per proteggere la riservatezza di terzi.
LA SORGENTE DI PIETRA
Y moriré ignorando tu caricia.
Nunca serà mi cuerpo entre tus brazos
como la yerba tierna
bajo el rostro cansado.
Ni serà como el agua
que tan dulce apacigua del arroyo
el cauce sediento.
Ni como el vino ardiente
que arrebata las venas.
Y moriré ignorando tu caricia.
Marìa Victoria Atencia

La perversione
del linguaggio
ci dà la misura
della nostra bontà.
ACQUA
Scorreva,
Un lieve sciacquio, anzi:
un gorgogliare fine a sé.
Scorreva.
Potevo sentire.
Nello scarico eludeva il mio possesso
orizzontandosi dileguandosi
scomparendo flautata.
Sapevo il suo piacere -
- educato ad esser dissetato, insegnato, vano;
effimertà. Provvisoria, eppure in-tonata.
Eppure, facile dubitare del suo percorrere
quando niente lo fa presagire
ed io giù con essa
verso il basso, verso il dentro
di me.
Caducità della vita. Eppure con-presa:
il Suo segno era una rima
compiaciuta del trambusto
che l’aveva iniziata,
e poi come la pioggia
nel suo rantolo nascevamoriva,
ed anch'io preso
come un fiore in una canna di fucile
non volevo trapassarci interamente.
Grande Bocca la stava aspirando
ed Utero l’avrebbe espulsa.
Seduceva rendendosi odiosa.
Recitava parole e silenzi.

EPOS 1
Vado a raccontarmi come questo dio
venne da percezione e si fuse,
acerba aspettativa, preludio
ad una morte certa che non sappiamo
essere onesta. Pregna luce
come di mezzogiorno: la mia maturità
stretta ad indugiare presso l'ostacolo,
più accanto, sedurla per respingerla,
infatuarmene
per poterla evitare.
Oltre il ponte, di cui m'interposi,
fu velleitaria la sorte che promise
e prese fuga
dalla mia folle insania,
oltre l'indeciso equivoco
io feci parola di cenere e me ne lordai,
dei segni ossessivi e magici
dei vocaboli,
dei deliri,
chiasma di tempo
annodato allo spazio.
Fu pace.
Fu aurora e crepuscolo.
E fu pace.
Scelsi, guidato senza volerlo
costretto per scherzo o per scherno
io, che fui debitore occluso ai miei avi,
e mi ritrovai nudo
spoglio della mia corteccia perfetta
mai più obiettore
da scandalo agli altri
io divenni alieno a me stesso,
spodestato di sogni, nulla per nulla.
In ritardo se ne accorse
il mio orecchio da mercante,
in ritardo mi vidi vomitarmi.
Troppo dolore per questa vita,
quanto prudente il passo
tanto caro il prezzo si fece
per rinunciare
oppure iniziare ad amare.
Fui lento: ambigua creatura.
Non scelsi, alla fine, se non quanto già ero (ero stato):
feci rotta di luce: inquieto
senza sentiero.
Se non fossi già stato
non avrei ripercorso,
fu il soffrire a curare il mio male
per poterne forse decidere ancòra.

Ad evocarmi, abominevole
come stoltura fece chiacchiera di politico
e fu guerra, perché si potesse capire
ciò che seguì si disse pace.
Avventuriera.
Getterai le mie lacrime /
ti faranno sentire disabituata
agli altri, insegnano il mio claudicare
dicono del mio poco specifico
odore.
La testa a colabrodo
censura dopo censura
contumelia dopo anniversario (ed ecco l'ossessione
divorarmi)
il tredici mi alzerò corpo astrale
per poterti raggiungere
e bestemmiare di nuovo parole
se ancora mi permetterai
di sorridere.
Io sdraiato sul letto
il mio telefono accanto
come in un film di Moretti,
il tuo onomastico estivo è servito:
quando giungerai al mio passo, e t'illuminerò,
per ora spunto il tempo
- calco profondo delle mie orme -.

Come un gemito proruppe /
lamento circonciso, vocazione ad estirparsi,
il suo segno oscillava
senza itinerario, né luogo, né luce,
Eppure m'era innanzi come una scultura greca
logora dal perdono delle intemperie.
Mi avvolse un calore che non vidi
né ebbi a ricordarmene poi, così fu.
Abbandonato come un lattante,
si affidò alle mie cure
mostro di compassione,
gnomo alterato.
Quante correzioni
sarebbero passate su quel doppio volto!
Quante celature, rattoppi, cesure!
Ma il ricordo di andate perdute estati
rabberciò ogni malattia
come ogni incubo;
ritornammo al cielo terrestre delle stelle primeve
delle stelle viatiche
andammo a ripescare canzoni dimenticate
quasi
sul lungomare allora ancòra spento e nullo
di una nostra rinnovata solitudine.

(uno)
Sei come un bambino disvezzato
posato sul foglio bianco
ad imbrattarlo di bugie, di segni bugiardi.
Eretico zelo, io non ho paragoni.
E' tutto il tuo testamento
a scolorire ogni bellezza
da ogni mistero;
ogni paura è una sottrazione ad evitarsi
(scorrettamente eseguita).
Ti credo, quando rammenti di piangere
ma neanche questo soddisfa
tanto da crederci,
e nulla rimane.
Solo occhi spenti in un libro
che non ha verso, né istruzioni per l'uso,
né paradisi.
(due)
E andò così
che mi sono portate due amiche
fin su a Trento, vicino al Lago.
Due voci speciali
e il mio stato, che non si vede, ma che importa ?
Il sesso è bagnato, umido, glorioso
disperante - si passa da un'abluzione all'altra -
piuttosto
se davvero guardassi tutt'intera negli occhi
la compassione che faccio
e dico timidezza (da guarirsi)
oppure tenerezza (da invidiarsi)
o anche sofferenza (da premiarsi),
Io diventerei una Casa
la Casa una Stanza da letto
e la Stanza un Letto soltanto
ed il Letto il Mondo, che non oso pensare.
(tre)
Stanotte mi stritolo fra le coperte, come in un morso.
Lo scaldacqua sopra la zona PERICOLO.
Tutte le operazioni evasive
le ho fatte:
non rimane che vivere,
ma anche così
si finisce per evitare.
(quattro)
All’ interno di ogni emozione
il mio pensiero, creandola ex novo,
l’avrebbe fatta andare
(Chiara)
come una cavalla giù da un crinale.
(cinque)
Finalmente dormirò
come un piccolo verme
dentro una foglia
accartocciata per terra.

IL MIO CUORE DI STAREBBE IN UNA MANO
(MA DIO NON VUOLE AVERE MANI SPORCHE)
Guardi mai dentro i miei occhi
fredda la loro visione, ti accompagno,
sorella mia mal fecondata ,
ormai soltanto del mio cuore
nostalgia,
una vena disseccata
del mio amore;
tu cicatrice di bugie;
tu, almeno tu
in questa speranza
che tutto migliori,
in questa speranza
di capelli ed unghie
che qualcosa maturi, cresca, s'illumini:
almeno tu goditi in pace ormai
l'unica fetta che ti resta
tu che non hai bisogni urgenti -
eppure quante stagioni
ti ho veduta zoppicare e poi cadere
e poi venire calpestata
e sputare terra al volto e al cielo
come si trattasse di un imbroglio,
tu così flebile
minuta
le tue mani fredde
tu così simile alla mia immagine
che mi accompagna sempre
dietro le spalle
sopra le nuvole
a volte oltre le stelle,
tu sei davvero la saggezza - e quando gli angeli
verranno per me e per te, allora capiremo
quello che avevamo sottaciuto:
che ad esempio
l'autunno ti può ferire;
o riaprire piaghe
che ti erano straniere.

DISPERANZA
fossi veramente indegna
come ti mostri
mi ci adeguerei,
ma sento invece
di essere
niente
nulla
in nessun modo
in nessun posto
nessuno
senza te,
arrancando nuovamente
perché ti scuota.

ADDIO
Ora posso correre, sorella mia,
via da te, finalmente, alba scorata dal vento /
le tue nubi
come soffici carezze,
e di questo noi tacciamo
le tinte adulatrici, gli aspetti
che c'ingannano.
Dai ricordi
non avremo ricevuto
che l'incanto di un temporeggiare
vano e corrosivo.
Senza avvilirsi per un nulla:
fiocchi di neve
ed ombre lucenti,
il mio stupore
i tuoi occhi lucidi e vani
sempre sempre sempre
piantati nei miei;
sorella mia,
come indugiare sulle tue labbra timide:
ormai un sorriso / un bacio / una parola di vetro.
Messaggi di trapasso sul mio volto
le mie cicatrici incolte
ora che sto diventando adulto;
e in quella direzione che ti rimpiange
ormai,
sorgente di rugiada
grezza di vita
mi aspetterai -
- tutti ci riconosceranno da lontano
come due alberi nella nebbia che li avvolge.
Ormai ti devo abbandonare, sorella mia,
umido limbo della mia estate segreta,
livido
diparto leggero da questa follia,
nascosti amanti / amici / fratelli
amanti senz'occhi
amanti nel buio,
così il mio viaggio termina
con illusioni ancora accese:
cuori di uomini morti.
Ti rivedo in un loop infinito
in quella immonda babele di scale:
quella corsa ci uccise, sì,
oppure era solo una libera spirale
un cono di ghiaccio
da percorrersi accoppiati.
Ti lascio, adesso.
Solitaria ma non sola.
Ti lascio
alla mia nostalgia.
Adesso oramai disuniti /
due fili d'erba
separati
per sempre uguali,
fioriti per sincerità
sullo stesso istante di tempo
sullo stesso centimetro di terra.

Io mi ero scordato di questo.
Della chiave trovata nel fango
della stella caduta dal cielo
per aprire ogni cuore
da una tomba o da un grembo.
Le mie tasche piene di cose
troppo care al mio cruccio — il tuo affetto /
troppo denso del mio odore il tuo corpo
e, in quel tempo smarrito,
ti ho baciata in un sogno.
Altre cose la vita c’ impone
ed un'orbita amara non rimane che al cuore,
sopravvivo morendo alla mia scorza venale
per non credere più ad un natale
carnale
infecondo
maledetto, e mai rivedrò il tuo sorriso
per una carezza in disuso.
Quei segni fanno parte anche loro
- se il futuro di questo mi è grato -
delle ultime brine
che mi restano
- mio malgrado -
da vegliare
con te.

Perdonami.
Se ti ho amata soltanto.
Ingenuità
mai e mai
genera amore sincero.
Un tuo dialogo avrebbe distrutto,
tacendo volesti durare.
Nessun incantesimo
reciterà all'infinito.
Perdonami.
Immagini e testi copyright by Ezio Martelletto, 1999-2024
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